Di metodi e passati remoti.

 

“Ma perché devi usare tre bicchieri?”

“Chiara, devo impastare un chilo e otto di farina, ne impasto sei etti in ogni bicchiere.”

“Sì, ma poi avrai da lavare tre bicchieri. Se ne usi uno solo, impasti sempre nello stesso, metti l’impasto in una ciotola e lo riutilizzi.”

“Ok, ma in questo modo non posso fare come mi ha consigliato mio fratello!”

“Ma si lievita lo stesso nella ciotola…”

“Lo pensavo anch’io, ma da quando Filippo mi ha detto di lasciarlo lievitare mezz’ora nel bicchiere del Bimby, l’impasto è molto più morbido e più facile da stendere.”

Io e Chiara abbiamo il Bimby, quel robot da cucina salva-la-vita che impasta, cuoce, trita (chissà se la Vorwerk ha bisogno di un nuovo payoff). Ogni Bimby ha in dotazione un bicchiere: la ciotola in cui introdurre il cibo da lavorare. Noi di bicchieri ne abbiamo quattro: due ciascuna, uno me lo ha regalato lei per Natale. Credo che in fondo pensasse che tre fossero troppo pochi.

Certo è che lo sfruttiamo quasi tutti i giorni e spesso discutiamo sul metodo più efficace per utilizzarlo e raggiungere il medesimo obiettivo: fare il più in fretta possibile. Per quanto riguarda il lavaggio, poi, lei segue un concetto principe:

“Se è morbido va in lavatrice, se è rigido in lavastoviglie.”

Nulla viene lavato a mano perché, dice lei e a ragione, a lavare a mano si utilizza molta più acqua e detersivo. Dietro questo virtuoso principio, si cela anche un amore spassionato, un godimento sfrenato nel caricare la lavastoviglie, proprio una delizia difficile da capire. Io non cerco di comprendere, non mi avvicino nemmeno alla lavastoviglie se c’è lei, neanche a casa mia, perché toglierle questo piacere?

“Guarda qui che bel garbino che ho…”

Si ripete compiaciuta sottovoce, mentre incastra le stoviglie come i pezzi di un Tangram. Non c’è dubbio, riesce a farci stare il doppio della roba che ci infilo io e quando ha già impilato le stoviglie su due strati, trova anche il posto per le griglie del piano cottura, mentre il povero elettrodomestico chiederebbe pietà, se solo fosse dotato di un pizzico di intelligenza, anche artificiale.

Abbiamo metodi diversi, tempi diversi e soprattutto spazi diversi. Per esempio, non riesco a capacitarmi di come riesca ancora a chiedermi:

“La vuoi questa?”

“Ma dai! È la maglietta che hai comprato quando eri in Erasmus!”

“Sì… ci sono molto affezionata, ma non mi sta più… la vuoi per le bimbe?”

Oppure:

“Non mi va più bene, la vuoi?”

“Mi pare di averlo già visto…”

“Lo usavo alle superiori, speravo di riuscire a tornarci dentro ma è ora che me ne faccia una ragione… lo vuoi per le bimbe?”

O ancora:

“Vale, questo vestito forse va alle bimbe, l’ho usato per il matrimonio della Fede e di Lollo, secondo te alle bimbe piace?”

Sono passati almeno vent’ anni da quando ha fatto l’Erasmus, figuriamoci le superiori e il matrimonio è ancora più antico, ma dico, dove la tiene tutta quella roba? E quanti anni è che non la usa? Io non posso nemmeno tenere il cambio delle stagioni in casa!

Mi chiedo per quanto tempo ancora sbucheranno oggetti dal passato (remoto).